La maternità spirituale
di Madrea Margherita Diomira Crispi

Ornella Confessore – Poggio San Francesco
Monreale, 2 settembre 2003

“Assicuro tutte quelle che il Divino Amore mi ha date per figlie, che sempre come tali le ho tutte considerate, che le ho amate tutte, che tutto ho voluto fare per il loro vero bene, che non ho voluto fare volontariamente torto a nessuna… A voi, care figlie e sorelle, a Voi, una raccomandazione speciale: siate delle vere Religiose, vere Oblate al Divino Amore quelli questo “Divino Amore” vi vuole, quali vi ideò il nostro venerato Fondatore, il Servo di Dio Mons. Augusto Intreccialagli e come vi vuole Colei che voi per tanti anni chiamaste “Madre”, e che per tanti anni vi tenne per figlie dilette del Suo Cuore”. Queste parole del testamento spirituale di Madre Margherita Diomira Crispi, scritte nel luglio 1958, quando era alle soglie degli 80 anni, racchiudono in sintesi il senso della sua scelta vocazionale e del legame vivissimo e personalissimo di maternità spirituale che la univa, in qualità di fondatrice della Congregazione delle Oblate al Divino Amore, alle consorelle delle varie Case dell’Italia e delle Americhe.

Il faticoso e tormentoso cammino di Margherita Diomira Crispi verso la consapevolezza di una “chiamata”, di una “missione particolare” che andava anche al di là della scelta religiosa già compiuta a 20 anni con l’ingresso tra le “Figlie della Croce”, e che l’aveva portata prima in Francia, poi a Parma dopo aver superato ostacoli e difficoltà familiari di non poca entità, avviene intorno al 1910-11, con una “conversione“, “una vera rivoluzione morale” come lei stessa scrive, che subentra ad anni di tormento spirituale trascorsi in un alternarsi di momenti di passione religiosa ardente e altri di assoluta aridità e addirittura di insofferenza. Se da un lato tale “rivoluzione” porta alla rottura completa dei rapporti con la madre, dall’altro le apre un nuovo cammino durante il quale esprime il voto di predilezione, ossia il voto d’amore a Cristo, annullandosi nel divino: “Io ero lui – Egli era io” confidava al suo direttore spirituale, riandando alle sensazioni del momento del voto, durante le quali aveva provato la particolare esperienza mistica di partecipazione, unità con il divino, di comunione intima con Dio, nel segno di disponibilità e dedizione totale, in un amore sponsale di cui i suoi diari sono viva e continua testimonianza.

La scelta religiosa di “figlie della croce” non aveva esaurito la lotta intima con se stessa ed ella pensa ad altre scelte, ad altre Comunità; si rimprovera l’abbandono della madre, ne teme qualche gesto inconsulto mentre si rafforza la certezza che Dio da lei vuole una “mutazione di scena”, che sembra concretizzarsi con il passaggio dalla vita attiva a quella contemplativa, concessole dalla Sacra Congregazione dei Religiosi. Nell’aprile del 1920 entra quindi nel Monastero delle Passioniste in Corneto Tarquinia, ma ancora il porto tranquillo non è raggiunto; la “vocazione”, la “missione” è un’altra, la “persecuzione amorosa” di Dio l’incalza e finalmente pronuncia la grande parola che la fa tremare: “Fondazione”. E’ questo ciò che Dio vuole da lei; lascia quindi Tarquinia, ritorna in Sicilia dove, sostenuta dall’Arcivescovo di Monreale, Mons. Antonio Augusto Intreccialagli, dal gesuita P. Antonio Deodato Bandiera, infine dall’Arcivescovo di Palermo Card. Alessandro Lualdi, dà vita a una nuova Istituzione, la cui spiritualità, anche se non in forma di quarto voto, ha le sue radici in una robusta connotazione trinitaria, nell’oblazione all’Amore Uno e Trino, di anime che si mettono, come scriveva nel suo diario, “a disposizione del divino Pontefice” per immolarsi “come quanto e quando” egli vuole… “in riparazione degli oltraggi, sacrilegi ecc dei Ministri sacri; in modo particolarissimo poi per il ritorno all’unità delle Chiese separate”. Coloro che avrebbero fatto parte della nuova Istituzione, che nasceva in una Sicilia ricca delle presenze di Case, Istituti religiosi, associazioni di vergini consacrate, sarebbero state anime dedicate alla vita contemplativa, con l’obbligo di clausura per meglio conservare uno spirito di adorazione, immolazione, lode incessante ed espiazione con opere di zelo e di apostolato basate sul “principio di amore”, sul “voto d’amore” che avrebbe contraddistinto la nuova istituzione.

Il culto del S. Cuore, nell’appellativo di Eterno sacerdote, avrebbe fatto delle Oblate “le umili ancelle del sacerdozio cattolico” che avrebbero coadiuvato l’opera sacerdotale soprattutto con l’istituzione religiosa della gioventù, attraverso l’opera dei catechismi, l’opera della Comunione, corsi di esercizi spirituali, sovvenendo anche alle quotidiane necessità della Chiesa in collaborazione con il corpo sacerdotale e secondo le direttive dell’ordinario.

Inizia così il cammino della nuova Istituzione che, nata come una nuova comunità a Sferracavallo (Palermo), si trasferirà ben presto a Monreale prima nella Chiesa di San Castrense e successivamente alla Badiella, ancora col nome di Società delle Suore Oblate del Divino Amore, trasformate poi nel marzo 1926 in Oblate al Divino Amore. Da Monreale la Congregazione (riconosciuta il 11 gennaio 1923) si irraggia in Sicilia, tra il 1924 e il 1930 sorgono case ad Alcamo, Mazara, Valderice, Marsala, poi a Partinico, paese natale di Madre Crispi) poi nel ’29 un’altra Comunità nasce a Roma che nel ’35 ospiterà a Prima Porta la Casa Generalizia.

Dall’Italia la Congregazione si porta in America centrale dove nel 1930 approdano le prime quattro Oblate per iniziare un’opera di “colonizzazione religiosa” che le porta a S. Salvador dove si apre un Collegio per Signorine. Da S. Salvador nell’arco di alcuni decenni la Congregazione si diffonde nelle repubbliche di Costa Rica, Nicaragua e Honduras, passando poi nell’America del nord e ancora in Colombia, Panama, Mexico, Guatemala e Venezuela. La via è tracciata; a Madre Diomira (Margherita) Crispi tocca il compito di guidare, come Superiora Generale, la sua Comunità per lunghi decenni fino alla fine degli anni ’60, una comunità che dall’attività interna era ben presto passata, come si è detto, a quella esterna, attendendo in particolare all’educazione, istruzione e formazione morale e professionale della gioventù femminile.

Alla radice della scelta esistenziale e vocazionale di Madre Crispi, c’è la profonda convinzione dell’amore di Dio verso la sua creatura al quale rispondere con un amore fedele e grato, un amore “in verticale” – come è scritto – che fa suo il motto ignaziano di consacrare la propria esistenza “ad maiorem Dei gloriam” e al quale corrisponde in orizzontale un servizio di fraternità agli uomini. Dall’Uno ai molti, dai molti all’Uno, dal centro al cerchio, dal cerchio al centro come i petali di una preziosa Margherita, (il suo nome di Religiosa, di Figlia della Croce) come lei stessa scriveva e come ha ricordato il suo biografo Tommaso Papa. Questo ideale la Crispi non l’ha voluto perseguire con un itinerario solitario, come pure da religiosa avrebbe potuto fare, ma ha voluto condividerlo, dando vita alla Congregazione, con quante sentissero la chiamata particolare all’oblazione totale di se stessa, formando una Famiglia vera e propria, nella quale i vincoli d’unione fossero frutto di carità, amore, unità.

E la Crispi in qualità di Madre di una famiglia sempre più numerosa, opera per rafforzare nelle sue Figlie la “speciale” vacazione di Oblate all’Amore Divino, che devono essere ben consapevoli dell’adorazione divina ricevuta col battesimo, l’unica vera “nascita” per Madre Crispi, per la quale tutta la vita spirituale e religiosa “non deve essere che lo sviluppo dello spirito di questa adozione”. E rivolgendosi alle sue Figlie in una circolare del giugno 1933, riflettendo sul significato filologico (Oblate al; non Oblate del, con un significato totalizzante di immolazione di se) e sul senso teologico dell’oblazione all’AMORE DIVINO, fatta di diritti (di Dio su di esse) e di doveri (di esse verso Dio) dava una lezione di pedagogia religiosa che si spingeva fin nella meticolosa indicazione delle sigle (R.O.D.A.: Religiosa Oblata al Divino Amore) con le quali firmare la corrispondenza, a continuo ricordo dello scopo e dello spirito della Società. L’insistenza sul significato più vero e profondo della vocazione di Oblate, che ella definisce “sentinelle dell’Amore”, sarà tema centrale e constante nella corrispondenza e nelle Circolari diramate alle varie Case, nelle quali fino a qualche anno prima di morire torna a ribadire il vero, unico “ideale” della “vera” Oblata: l’offerta, l’immolazione, la consumazione di sé “in unione col primo divino oblato Gesù”.

Nel riproporre incessantemente a tutte le oblate, novizie, postulanti, religiose, il senso della propria oblazione, l’amore verso Dio, “anima, respiro della nostra vita”, Madre Crispi non mancava di sottolineare a sua volta la “maternità” dell’amore divino, intendendola, come è già stato sottolineato, come “generazione di vita e salvezza” per ciascun essere amato da Lui “da tutta l’eternità”, al cui amore doveva corrispondere una offerta d’amore. Una “maternità” spirituale che ella a sua volta riproponeva nei suoi rapporti con le Figlie, con un riguardo e delicatezza speciale per le Novizie alle quali da “madre e sorella maggiore” spezzava il pane dell’intelligenza e del cuore traducendo e rielaborando con “amore materno” – come ella stessa scriveva – il trattato “La varie politesse. Petit traité sous formes de lettres à des Religieuses “dell’abate Francesco de More scritto per una clarissa, fornendo in tal modo un “codice di civiltà religiosa”, utile per la formazione spirituale delle Oblate, che per Madre Crispi rappresentava “il più caro, il più pesante dei «suoi» doveri”.

E a questo “dovere” Madre Crispi dedica molta cura, rivelando doti e sensibilità pedagogiche e psicologiche di religiosa che sa muoversi con tatto e delicatezza, cercando, nei momento dolorosi che la Società e lei stessa pure attraversano, di risparmiare alle Novizie preoccupazioni e tristezze, come una madre sensibile di norma fa con i figli che ritiene più fragili ed esposti, raccomandando di non leggere dinanzi a loro sue missive più dirette alle Case che le recano preoccupazioni, pene e dolori per il venir meno dello spirito di carità, “principio, regola, fine dell’educazione religiosa”. Per le novizie soprattutto insisterà sulle qualità che devono connotare l’uomo nuovo, la nuova vita da loro scelta, che deve cancellare “tutto ciò che vi può essere dell’uomo vecchio”, nella consapevolezza quindi dell’azione di trasformazione esercitata dall’amore divino ricevuto, che fa in maniera nuova, inedita. In particolare l’ubbidienza, la mortificazione, l’immolazione della propria volontà, e quindi l’umiltà, sono continuamente sollecitate da Madre Crispi che si spinge a dare indicazioni precise anche sul comportamento esteriore di un’oblata, che deve essere improntato in ogni circostanza a delicatezza e a tatto . Il modello di perfezione proposto è quello di Maria, “che vi insegna continuamente – ella scrive –ciò che si deve correggere, evitare, fuggire, praticare”.

La continua tensione verso “la vetta più alta della santità” – scrive nel luglio del ’36 – potrebbe portare scoraggiamenti, ma Madre Crispi non ammette tale stato d’animo, considerato da lei, con molta chiarezza, “uno dei peccati più abominevoli” in quanto “peccato d’amor proprio affinato e peccato contro l’amore” che non tiene conto della “continua …risurrezione spirituale” che ogni Oblata deve compiere, “andando di oblazione in oblazione sino… alla sepoltura del proprio Io umano”. Per “salire in alto” Madre Crispi individua la vera via da percorrere: il totale abbandono in Gesù, “mezzo, …fine… via e …vetta”, le sue braccia saranno “le ali” che aiuteranno l’ascesa, il che tuttavia non comporta – ribadiva continuamente Madre Crispi – un disimpegno personale in quanto la “risurrezione spirituale” non si attua senza “il nostro contributo di volontà sincera”. Se lo scoraggiamento deve essere bandito, non è comunque tollerabile – e qui la Madre si riveste della severità cha la sua carica di Superiora generale ricoperta per oltre 40 anni le conferisce – che venga meno “lo spirito religioso”, come pure accade in alcuni periodi tanto che non può rispondere con l’invio di religiose alle richieste che vengono dall’America, proprio per mancanza di “buoni soggetti”. Su tale argomento Madre Crispi è decisa; la sua dolcezza si trasforma in autorevolezza anche nei confronti delle novizie, non ammette cedimenti: “Non abbiamo bisogno – scrive nel febbraio del ’37 indirizzando la lettera anche ad esse – di soggetti a mezzi termini, non di varie parvenze di religiose, ricordatevi che il Signore non può essere contento, né noi lo saremo, avendo da fare con oblate che non ne hanno che il nome e che nella loro condotta non ne sono che la negazione”. E individuava la vitalità dell’impianto di una nuova Istituzione non nella “ricchezze ammassate”, non nella “grande istruzione”, non nelle “grandi case” e nei “grandi collegi” considerati tutti un “soprappiù” nell’economia divina, bensì nella “religiosa perfezione”, tessuta di amore, ma di un amore “pratico, produttivo”, che deve “cominciare quaggiù ed eternarsi nella gloria beata”.

L’azione pedagogica di Madre Crispi è continua, pressante, incalzante; la sua attenzione va anche a coloro che sono nell’America centrale alle quali affida la missione della conversione a una vita veramente cristiana di una popolazione verso la quale Madre Crispi nutre particolari preoccupazioni – come ella sottolinea nelle sue lettere da Roma – per il suo “materialismo“, per la mancanza di “solide basi morali” soprattutto nella gioventù che le sembra dedita “alla vanità e alla frivolezza”. Alle aspiranti, verso le quali mostra sempre una particolare sollecitudine, raccomanda soprattutto la generosità nell’offerta di sé e nell’abbracciare la Croce, mai disgiunta dall’Amore. “Dovete essere generose, incalza Madre Crispi, dovete lasciarvi scorticare vive” e nello stesso tempo consiglia chi non si sente di percorrere la strada della consacrazione totale all’Amore divino, a quel Dio uno e Trino che è Amore, a ritirarsi, a retrocedere “anziché cominciare e poi tornare indietro”. Probabilmente la Crispi aveva presente il suo personale, tormentato cammino spirituale che l’aveva portata tra le Figlie della Croce, dalle quali a un certo punto aveva deciso di allontanarsi per ritornare non nel mondo ma in clausura, e come, proprio da novizia in quell’ordine, aveva vissuto un periodo di travaglio “prendendo e lasciando” – come scriveva nel suo diario – a seconda delle “alternative di fervore e di aridità”. Era quindi Madre Crispi particolarmente attenta a questo delicato periodo della formazione religiosa, durante la quale il suo “carattere” era stato “poco o quasi nulla lavorato” e con martellante insistenza ribadisce l’importanza di una “continua risurrezione”, a chi ha deciso di “avanzare valentemente” non fa mancare il suo incitamento: “allora avanti, sempre avanti, …sino alla fine …solo chi sarà giunto alla fine sarà coronato”. In questo cammino la Crispi, non manca, secondo una linea che può farsi risalire all’esperienze salesiana, di incitare all’allegria, segno esterno di una raggiunta serenità interiore: “il segno– scriveva – che uno sta veramente bene là ove si trova e dove Dio lo vuole è appunto questo: stare contenti ed allegri” perché una santità raggiunta nella tristezza non è valida; “un santo triste – concludeva – è un triste santo”. Ma l’allegria non è certo sinonimo di ostentazione e di ricercata visibilità; la santità “vera “e “grande” vuole nascondimento; “essere sante vere e grandi, ma anche nascoste” esige una lotta contro la vanità, richiede generosità, mentre può fare a meno di una cultura superiore. “Senza arche di scienza – scrisse nel ’37, ma è un concetto costante nel suo epistolario – la vita religiosa può andare avanti e va avanti anche un Istituto religioso …ma senza vita religiosa, senza virtù religiosa si crolla presto o tardi…”.

Di tale assunto Madre Crispi è pienamente convinta, sebbene abbia sperimentato nella sua precedente vita di religiosa quanto fosse stata importante la presenza, e quindi anche l’assenza di Direttori Spirituali, di Maestre e di Superiore culturalmente ben preparati per guidare le sue scelte vocazionali, per sorreggerla nei suoi momenti bui, per indicarle nuovi percorsi spirituali. Ma per Madre Crispi la “fame di Dio” che l’aveva portata a fondare un Istituto di anime “adoratrici, dedicate in modo specialissimo al Divino Amore con spirito di adorazione, di Immolazione, di completa dedicazione al servizio divino” (come ricorda nel 1965), doveva essere centrale nell’esistenza di un’Oblata, tutto il resto “la grande scienza, i grandi collegi, i meravigliosi risultati materiali, intellettuali e l’applauso umano erano solo “scopo secondario”, certo elementi “utili” ma “non sempre necessari” - sottolineava in una visione molto severa e rigida – che comunque non avrebbero dovuto mai far perdere di vista “il massimo”, il “vero nostro spirito” se non si voleva rischiare di stravolgere il senso profondo del “glorioso titolo di Oblate al Divino Amore”.

Queste parole pronunciate nel ’65, non più in qualità di Superiora generale avendo il Primo Capitolo Generale preceduto alla nomina di un’altra Superiora procurandole un “martirio interno” che ella solo conosce e consegna al suo Diario offrendo la sua pena a Cristo, nulla palesando all’esterno, hanno un significato profondo; chi parla ora non è la Superiora generale, ma la Fondatrice della Congregazione, preoccupata particolarmente della tenuta dello spirito dell’Istituzione da lei fondata, che avanza ora il timore, qua e là serpeggiato anche in anni precedenti, che lo “spirito” autentico dell’Istituto, soprattutto l’amore e la carità, si possa allentare e prevalgano fini umani; è una preoccupazione che, affacciatasi altre volte nel corso della lunga vita della Madre, le ha fatto versare “lacrime”. Ma anche in quei momento di profonda sofferenza, ha rivolto il suo ringraziamento per “la visita provvidenziale del dolore” accettato – come farà sempre – come voluto da Dio “per il …maggior bene personale e collettivo”.

Ma se Madre Crispi accetta sul piano personale il dolore procuratole da quanto accaduto in alcune Case dove si sono violate le regole della discrezione e della prudenza e si sono commessi degli abusi, dove è stato assente o si è appannato lo spirito di sacrificio e ha prevalso lo “spirito di rivolta, d’insubordinazione, di partito”, non teme di mostrare alle sue figlie, proprio in quanto ritenute tali, (“verrò come Madre tra figlie” scrive da Roma il 26 febb. 46) il volto di una madre severa che sa giudicare e rimproverare e all’occorrenza anche minacciare punizioni severe, imponendo innanzi tutto il silenzio sul passato (“voglio che si faccia il più assoluto silenzio”) e poi con accenti che ne rivelano la forte tempra di donna “biblica”, non esitando a ricordare che il giudizio divino pesa su chi “contrista i Superiori” (“Dio non benedice chi fa soffrire i propri Superiori”, Roma 7 marzo 46, “Dio punisce chi contrista i Superiori”, Monreale 29 aprile 46, “Dio minaccia le sue vendette a chi fa lacrimare i propri Superiori, 7 dic. 52); ella stessa pronuncia parole dure per chi ha mancato allo spirito di carità e di ubbidienza; “guai, scrive da Roma indirizzando alle case in Sicilia, a quella che si permette di seminare la zizzania della discordia, del malumore, del pettegolezzo” e riprendendo quanto espresso dal Prefetto della sacra Congregazione dei Religiosi al quale ha riferito sullo stato di alcune Case, non esita a invitare a lasciare la Comunità e a minacciare, come le ha preannunciato il Prefetto, la sospensione dai sacramenti a chi non rientra nello spirito dell’Istituto (Monreale, 13 maggio ’46).

Ma anche la situazione pesante venutasi a creare per mancanza di carità e prudenza si trasforma per Madre Crispi in occasione pedagogica da estendere a tutte le religiose delle varie Case attraverso lettere circolari che raccomandava di leggere “in luogo di lettura” ogni primo mercoledì di mese. Così la Madre Crispi ritorna ancora una volta a ricordare l’essenza di una vita cristiana (“incontro di due Amori, il divino e l’umano” (Roma, 10 giugno ’46), e in particolare quella che contraddistingue il voto di Oblata, che deve morire all’orgoglio, all’egoismo, annientandosi come il seme di senape evangelico, per rinascere: “Bisogna, – scriveva da Roma nel giugno ’46 – che l’anima diventi piccola, piccola come un granello di frumento e scendere a farsi gettare ben giù nel solco profondo e là restare nascosta, ignorata, calpestata e là morire come il piccolo granello, al proprio orgoglio, ai desideri egoistici, al proprio giudizio”. Ritorna quindi a raccomandare lo spirito di adorazione, fine principale della Società, da perseguire con pratiche ed esercizi di pietà, in particolare sollecita l’obbedienza, “anche in cose gravi e ripugnanti alla natura, non vedendo che Dio è chi comanda”, l’esercizio della prudenza e della carità, ricordando inoltre che al di là della vita di preghiera, la vita religiosa comporta il lavoro, “legge universale” la cui inadempienza equivale a mancanza di un ”dovere sacrosanto”. Un’azione continua di pedagogia religiosa che ella continuamente impartisce anche a Religiose già consacrate, in particolare a chi reca qualche pena; con rara sensibilità psicologica, per esempio, offre proprio a chi le era causa di molta sofferenza, incarichi di responsabilità come la direzione di una Laboratorio, per non immobilizzare chi aveva mancato ai compiti di un’oblata, in un ruolo di debole e di perdente.

Se le raccomandazioni di cui traboccano i suoi carteggi riguardano tutte le oblate, comprese le novizie, verso quest’ultime la Madre continua ad usare sempre estrema delicatezza e riserbo, risparmiandole, nel carteggio che con loro intrattiene negli stessi giorni della sofferenza più acuta, da coinvolgimenti emotivi, usando un linguaggio ben diverso da quello rivolto alla religiose, alle quali raccomanda di non leggere alle giovani novizie le lettere più pesanti e dure. E di fatto le novizie erano tenute all’oscuro dei momenti di crisi che attraversano la Comunità, come risulta da precise testimonianze che confermano che “niente di quanto accadeva trapelava…; a noi giungeva sole l’esortazione alla preghiera incessante per i bisogni della Congregazione”. Alle postulanti e novizie, le “beniamine del mio cuore” infatti si rivolgono le particolari attenzioni della Crispi che sa sapientemente usare, una volta passati i momenti di più grave crisi, anche l’arma dell’ironia verso se stessa per strappare un sorriso chiedendo le loro speciali preghiere affinché “dopo di aver mostrata alle altre la via della perfezione, non sia poi io quella che ne rimanga indietro”. E comunque, come una buona madre che si interroga sulle sue personali responsabilità quando un figlio sbaglia, la Crispi non esita ad addossare alle proprie mancanze, con una visione in certo senso vetero-testamentaria, la causa dei tanti problemi causati da figlie un po’ riottose : “forse e senza forse sono io la causa di tutto questo, io con le mie infedeltà e i miei peccati, forse e senza forse io attiro questo castigo divino sulla cara Società nostra”.

E comunque, anche nei momenti di crisi all’interno della Congregazione, come risulta anche dalle testimonianze raccolte, Madre Crispi mette in pratica con generosità quel che sollecita nelle sue Oblate: la carità, accettando con coraggio la sofferenza causatale da quante si discostano dalle Costituzioni, e offrendo tutto a gloria di Dio, non lasciando comunque mai che la notte e il riposo scendano su chi ha mancato senza offrire il suo perdono.

Il momento del noviziato è certo la fase delicata del cammino vocazionale, ma è anche quello dell’offerta di sé più generosa e ad esso la Madre desidera che si faccia riferimento quando oltre occasioni di preoccupazioni le vengano dalle diverse Case, in uno di questi lunghi momenti, tra la seconda metà degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, quando proprio le Case siciliane le danno motivo di ansia e preoccupazioni, ecco che il periodo del Noviziato viene riproposto alle memoria di ogni Oblata come approdo sicuro cui rifugiarsi per riprendere nuovo slancio per la propria vocazione e far rinascere il “primitivo spirito religioso”. “Si rifacciano al Noviziato - esorta nel ’49 –obbedienza, povertà, spirito di fede, di sacrificio e soprattutto di carità”, sottolineando come proprio la mancanza di quest’ultima sia la causa di “tanto male” diffuso nelle Case italiane, mentre in America nei suoi frequenti viaggi che la portano a visitare le Case e i Collegi colà sorti, ella ritrova “il vero spirito della Società“. E si chiedeva ”saranno le Americane più buone delle italiane, il Signore si troverà meglio fa loro che fra noi?”, definendo comunque “vergognoso” per le Case italiane essere superate dall’America. La mancanza di carità è ciò che più la preoccupa e la fa soffrire sollecitandola ad incalzare le sue Oblate con continui richiami all’osservanza scrupolosa di essa: “non finirò mai di ripeterlo: carità”; di tale suo continuo incitamento ella ha piena consapevolezza e cerca di attenuare il rigore di alcune sue parole scrivendo: “non sono rimproveri i miei, ma ragionamenti di madre che desidera il bene delle sue figlie”.

Verso queste “figlie” la Crispi usava, pur nella severità che le diverse testimonianze per la Positio le hanno riconosciuto, affetto e cure, definite nella stessa documentazione “materne”, con una particolare attenzione verso le suore dalla salute più delicata, che non esitava a far rientrare in famiglia perché avessero cure più adeguate, visitandole e seguendole per corrispondenza, privandosi a volte personalmente del cibo per offrirlo ad esse e non esitando, negli anni critici del dopoguerra, a pensare di vendere arredi sacri delle Case per andare incontro alla necessità di ammalate: “le religiose vanno curate bene” era solita ripetere.

In più occasioni, come si è detto, l’America con le Case e i Collegi lì fondate è termine di confronto e paragone con la situazione italiana, soprattutto nei momenti in cui in Italia si evidenziano alcuni cedimenti rispetto allo spirito iniziale. L’America, che sarebbe dovuta alle origini essere la terra d’impianto della Congregazione, se non fossero venute meno persone e promesse, è certamente la terra che dopo la Sicilia la Crispi ha avuto sempre nel cuore. Nei confronti delle prime figlie che nel 1930 si erano imbarcate per l’avventura americana, portandosi a S. Salvador, chiamatevi dall’arcivescovo Jose Belloso y Sánchez, la Crispi aveva avuto gesti e parole che solo un cuore materno poteva concepire; nel suo diario ci sono delle bellissime pagine dedicate alla partenza delle prime quattro giovani suore dal porto di Genova che ella accompagna dalla Sicilia fino al momento dell’imbarco sulla nave Leme, non solo di un realismo affascinante per la descrizione del porto con tutto il suo movimento di uomini e merci, ma soprattutto traboccanti di affetto per queste sue piccole figlie che ella manda in terra di missione per la cui separazione soffre nel silenzio del suo cuore una pena profonda, che ella ha cura di nascondere “per non far soffrire di più – come confida nel suo diario – coloro che mi circondano“.

Particolarmente toccante la descrizione del saluto alle partenti che ella vuole dare ancora una volta dopo che la nave si è staccata dal molo, non paga di quanto ha già fatto, ecco allora che affitta con altre consorelle una barca per poter raggiungere la nave che sta toccando una banchina prima di uscire in mare aperto. La sua viva e realistica descrizione, che ci ricorda le sequenze felliniane de “La nave” con affannoso remare del barcaiolo che cercando di raggiungere la banchina per salutare per l’ultima volta le passeggere scandisce i battiti del suo cuore in tumulto, il suo prodigarsi per richiamare l’attenzione delle suore che sfortunatamente volgono le spalle al molo sul quale finalmente M. Crispi è arrivata trafelata, traboccano dell’affetto di un cuore materno per il quale ogni sacrificio è leggero: “Ci vediamo – scrive M. Crispi dopo che la loro presenza è stata segnalata alle suore da un passeggero – ci salutiamo coi segni. Oh che cosa avranno provato i loro cuori! Figlie mie, sono gli ultimi istanti. Quale gioia, quale dolore, quale scena indimenticabile…Non avrei mai pensato che il nostro ultimo addio sarebbe stato così poetico, così soave, così straordinario. Né loro mai l’avrebbero sognato. Oh come devono esserne state contente. Figlie care, fu l’amore che me lo fece fare…Il cuore di madre ha certe trovate che non sente un altro cuore. Per voi rivedervi, per non farvi rimanere deluse, mi sarei buttata anche in mare”. Ma al di sopra del dolore della separazione così profondo, così umanamente coinvolgente, (“come mai, come mai”- si chiedeva con vera angoscia – “ho potuto lasciare andare?” ed ella si rispondeva: “e vero, non è che un prestito che ho fatto all’America, ma l’assenza sarà sempre lunga, come mi rassegnerò per questo tempo?) al di là di tutto c’è, come sempre nei momenti di sofferenza più acuta, una visione più alta, l’offerta di tale pena a Dio, all’Amore Divino: “Mio Dio, tu sai la mia forza” e, pur in mezzo al dolore, M. Crispi pronuncia ancora una volta il suo “grazie” alla Divina Provvidenza insieme alla richiesta pressante di nuove vocazioni. “Non ostante la pena – ella scrive – so che questa Andata in America è l’opera del divino Amore, della Divina Provvidenza per noi; Grazie o Dio del mio cuore. S’incomincia l’opera di preparazione, altre che debbono andare laggiù. Mio Dio ispirami nella scelta… dammi anime con buona e vera vocazione, ne ho bisogno per te; dammene”.

L’annullamento di sé è quindi l’altra nota dominante della spiritualità di M. Crispi con l’offerta delle pene e sofferenze private dalla sua lunga vita (la perdita, ancora bambina dell’amatissimo padre, l’apostasia, poi rientrata di madre e fratello, la separazione totale dalla madre, poi la sua morte e quella misteriosa del fratello, la perdita infine della sorella Ginevra) unite a quelle che riceve anche all’interno della Congregazione, sempre a gloria di Dio, secondo l’insegnamento impartitole dall’arcivescovo di Monreale Antonio Augusto Intreccialagli, che l’esortava a lasciarsi “distruggere interamente dalla virtù di quel fuoco divino che nella distruzione trasforma e dà la vita nuova”.

Madre Crispi aveva fatto suo il monito dell’arcivescovo “vivere di Dio con crescenti ansie”, come scrive Mons. Cataldo Naro(*), e il suo stesso annientamento in Dio, la sua stessa “distruzione” ella propone alle Oblate che definisce “ostie destinate al più perfetto olocausto”, il cui raggiungimento esige anche una completa “immolazione” della propria volontà nell’ubbidienza assoluta ai Superiori secondo lo spirito ignaziano, da lei più volte proposto alla riflessione e meditazione delle Oblate e da alcune di esse ricordato nelle testimonianze per la Positio: “raccomandava – scrive una suora – un’ubbidienza cieca come quella dei gesuiti” che ella stessa praticava in prima persona, obbedendo a quanto disposto dall’autorità ecclesiastica, anche lasciando la Casa di Prima Porta, quanto ne fu richiesta perché indispensabile per le esigenze della parrocchia, sebbene quest’atto di ubbidienza le costasse molta sofferenza personale che traspariva solo nei suoi diari. Così allo stesso spirito di totale annientamento rispondeva la sollecitazione che ella costantemente rivolgeva alle Novizie, a praticare la povertà, rinunciando al possesso materiale di tutto ciò che era necessario usare, abituandole anche ad utilizzare una terminologia appropriata con la frase “di mio uso” rivolta a indicare quanto veniva utilizzato nella vita in comunità, che escludeva ogni diritto di proprietà e qualsiasi sentimento affettivo nei confronti di oggetti e libri.

L’annullamento di sé sul piano personale in funzione della vocazione di oblata, non comporta però, nella visione della Crispi, un estraniamento dal mondo. Come scriveva Intreccialagli a un’altra sua figlia Antonietta Mazzone, “non si esce da Dio quando si lavora per Dio” e quindi alla luce di un costante abbandono alla volontà divina può trovare “spazio” – come scrive Cataldo Naro – la contemplazione e l’azione, l’orazione e l’apostolato” Così la Crispi, che aveva ideato una Congregazione nella quale di fatto la vita attiva si era affiancata a quella contemplativa soprattutto con l’opera di educatrici svolta dalle Oblate che le aveva portate nel mondo, era pienamente convinta che le sue Religiose dovessero dare il proprio apporto e spendersi per la costruzione della società religiosa ma pure civile. In tale progetto possiamo ritenere che rientrasse anche come “dovere” l’esercizio del diritto elettorale che ella faceva rispettare sempre consentendo alle religiose di ritornare nei propri paesi di origine perché esercitassero tale diritto, così faticosamente conquistato dalle donne, dimostrando una personale sensibilità civile alla quale allenava le sue stesse figlie. I frutti di tale impegno furono evidenti in particolare durante il periodo bellico allorché la Madre e le sue Oblate non si risparmiarono soccorrendo a rischio della propria vita i soldati alleati rifugiatisi sulle colline romane per sfuggire ai nazifascisti, rappresentando successivamente nell’immediato dopoguerra per tutta la borgata di Prima Porta, prima casa generalizia dell’Ordine, come si evince dalle testimonianze per laPositioun punto fermo di riferimento nella realtà della periferia povera di una grande città, con l’impegno rivolto all’accoglienza dei bambini e alla formazione professionale delle giovani, che faceva dell‘Istituto un polo di aggregazione sociale e formativa.

Il ruolo di Madre nelle sue vesti di Superiora generale fu svolto dalla Crispi per oltre 40 anni e personalmente non manifestò mai il desiderio di rinunciarvi; quando però nel 1963 il Primo Capitolo Generale procedette alla nomina di una nuova Superiora Generale, ella dette ancora una volta prova dello spirito ignaziano dell’ubbidienza, facendo per prima atto di omaggio alla nuova eletta e incoraggiando tutte le sue figlie ad accettare con amore la nuova Madre. Emblematiche di tale disposizione di spirito, che superava pure la naturale e umana amarezza nel dovere abbandonare il ruolo a lei così caro, le parole che rivolgeva alle sue Oblate: “Oggi il Signore “permette” che un’altra cara e santa creatura venga a voi col titolo di Madre. Ebbene accettatela di gran cuore …siate vere sue figlie…, aiutatela sempre con la vostra preghiera, con la vostra buona volontà, con il rispetto, l’obbedienza, l’amore santo. Quel che avreste fatto ancora a me, per me, fatelo per essa ed io sarò felice e ve ne ringrazierò, come lo si facesse a me o meglio a Dio, ve ne renderà merito e lo riterrà fatto a Lui stesso. Sia tra voi la santa carità e la santa unione, non divisione, non partiti, sarebbe la rovina… tutte formanti un sol cuore nel grande Cuore Divino”.

Con queste parole, che racchiudono la summa della spiritualità della Crispi, incentrata nell’adorazione eucaristica e trinitaria nella quale stemperava ogni pena e dalla quale attingeva sempre nuova linfa di spiritualità, la fondatrice della Congregazione consegnava anche alle sue Figlie la proposta di vita religiosa ricca di amore, di carità, di ubbidienza “cieca”, di cui la sua stessa lunga esistenza era stata esempio vivente fino alla generosa ultima accettazione della sua sostituzione, che se le sottraeva formalmente il ruolo di Madre non cancellava certo la profonda dedizione alle sue Figlie e l’anelito vibrante all’unione di tutte nell’Amore Divino, nel quale ella personalmente si era “annientata”, consacrandogli durante tutta la sua vita, come scriveva nel lontano 1930, il “quotidiano martirio interno dell’anima”.

(*) Arcivescovo di Monreale dal 14 dicembre 2002 fino al 29 settembre 2006, data della sua morte. Molto attento alle cause di beatificazione dei siciliani, pose molta attenzione anche a quella di Madre Margherita.

La Storia

Chi Siamo

Siamo le Suore Oblate al Divino Amore, una Famiglia di Cristiane consacrate alla Santissima Trinità, nata in Sicilia nel 1923, fondata dalla Madre Margherita Diomira Crispi.

L’Istituto intende essere nella Chiesa una famiglia di cristiane consacrate alla Santissima Trinità.


Storia

Nasce il 19 novembre 1879 a Partinico, in Provincia di Palermo, figlia di Ferdinando Crispi e Rachele De Rubei. Dal matrimonio nascono tre figli: Ginevra (la primogenita), Diomira (la Serva di Dio) e Romano (ufficiale di Marina) morto all’età di ventuno anni in America

Riceve il santo Battesimo il 29 novembre successivo nella Chiesa Madre “María SS.ma Annunziata” di Partinico, con il nome Diomira Ludovica Romana. Quella data viene da lei sempre considerata come quella della sua vera nascita.


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Quanti riceveranno grazie per intercessione della Madre Crispi, sono pregati di darne notizia alla postulazione della Causa, all’indirizzo mail: causacrispi o 

all’indirizzo postale: Suore Oblate al Divino Amore – Postulazione Causa Margherita Diomira – Via Marruvio, 4 – 00183 Roma.

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